Retinopatia solare: cosa succede alla retina dopo aver guardato un’eclissi

Il danno da eclissi non fa male. Non brucia, non lacrima, non dà fastidio. Si scopre la mattina dopo, quando si apre un libro e manca una parola al centro della pagina.

Ieri sera, il 12 agosto 2026, il Sole è tramontato sul Nord Italia quasi interamente coperto dalla Luna. A Torino il massimo è stato alle 20:22, con il 93-94% del disco oscurato e l’astro ormai basso sull’orizzonte. È stata la prima eclissi totale visibile dall’Europa continentale dal 1999, e milioni di persone hanno alzato gli occhi.

Molte l’hanno fatto bene. Alcune no.

Se siete tra queste ultime — se avete guardato anche solo qualche secondo senza filtro certificato, «tanto era quasi tutto coperto», «tanto era basso e c’era la foschia» — questo articolo spiega cosa può essere successo, quali sintomi cercare e cosa ha senso fare adesso.

Prima, una nota che non c’entra con la medicina

I Maya interrompevano ogni attività quando il Sole veniva «morso»: il Codice di Dresda dedica alle eclissi una tavola di precisione notevole. Luca è l’unico evangelista che, nel testo critico, usa un verbo tecnico — ekleipō, «eclissarsi» — per il buio sul Golgota (Lc 23,44-45), là dove Matteo e Marco parlano genericamente di tenebra. L’Islam, con la Salat al-Kusuf codificata nel Libro delle eclissi di al-Bukhari, trasforma l’evento in preghiera anziché in presagio.

Culture lontanissime, un istinto identico: davanti a un’eclissi, l’uomo si ferma.

Noi non ci fermiamo più. Alziamo il telefono e guardiamo. E il problema è tutto lì.

Perché la retina si danneggia: due luoghi comuni da smontare

Circolano da anni due spiegazioni che suonano convincenti e sono sbagliate. Vale la pena correggerle, perché portano le persone a valutare male il rischio.

Primo luogo comune: «durante l’eclissi la pupilla si dilata e fa entrare più luce». Non è così. Chi fissa un Sole parzialmente eclissato ha una pupilla che si restringe, tipicamente a 1,5-2 mm. Il punto è un altro, ed è più sottile: la Luna copre una parte del disco, ma la falce di fotosfera che resta scoperta ha esattamente la stessa luminosità superficiale del Sole pieno. Ogni punto dell’immagine proiettata sulla retina riceve la stessa identica energia di sempre. Quello che cambia è che la luce ambientale ridotta spegne l’abbagliamento e il riflesso di ammiccamento — i due meccanismi che in condizioni normali rendono fisicamente insopportabile fissare il Sole. Il freno viene tolto; il pericolo resta intatto.

Secondo luogo comune: «è l’ultravioletto che brucia la retina». No: l’ultravioletto viene assorbito quasi interamente dal cristallino e alla retina non arriva. I responsabili sono la luce visibile ad alta energia e la componente infrarossa vicina.

Il meccanismo del danno è prevalentemente fotochimico: la luce eccita i cromofori presenti nei fotorecettori e nell’epitelio pigmentato retinico, si generano specie reattive dell’ossigeno, e le cellule della macula — la porzione di retina responsabile della visione centrale e dei dettagli — vengono ossidate. Nelle esposizioni più prolungate può sommarsi una componente termica.

E qui sta il fatto che spiega perché, dopo ogni eclissi, i pazienti arrivano in ritardo: la retina non ha recettori del dolore. Il danno si compie in silenzio assoluto. Se si avverte bruciore, lacrimazione o fastidio alla luce, quello viene dalla superficie oculare — non dalla lesione retinica, che resta muta.

Quanto basta per farsi male

Meno di quanto si creda. E, soprattutto, non serve essere imprudenti.

Il caso più documentato della letteratura recente è stato pubblicato su JAMA Ophthalmology (Wu CY, Jansen ME, Andrade J, Chui TYP, Do AT, Rosen RB, Deobhakta A. 2018;136(1):82-85) dal gruppo del New York Eye and Ear Infirmary of Mount Sinai. Una donna poco più che ventenne aveva osservato l’eclissi americana del 2017 per pochi secondi a occhio nudo e poi per una quindicina di secondi indossando occhiali da eclissi — verosimilmente non conformi allo standard. I sintomi sono comparsi quattro ore dopo: offuscamento, distorsione delle immagini, alterata percezione dei colori. Alla visita, tre giorni più tardi, l’imaging ad ottica adattiva ha mostrato il danno diretto ai fotorecettori: la prima volta che una lesione del genere veniva fotografata a quella risoluzione. L’acuità visiva era 10/10 in un occhio e 8/10 nell’altro — il danno era bilaterale ma asimmetrico, peggiore nell’occhio dominante.

Il messaggio di quel caso non è «bastano pochi secondi». È peggio: bastano pochi secondi con occhiali che sembrano occhiali da eclissi ma non lo sono. La contraffazione dei filtri è un problema reale a ogni eclissi.

Un secondo caso, descritto sulla rivista professionale Retina Specialist dopo la stessa eclissi, riguarda uno studente di 19 anni: due minuti e mezzo di osservazione distogliendo lo sguardo ogni 10-15 secondi, scotoma comparso dopo un’ora, e all’OCT una perdita della zona ellissoide sottofoveale di circa 150 micron, con epitelio pigmentato integro.

I sintomi da cercare, e quando compaiono

I disturbi compaiono tipicamente entro 4-6 ore dall’esposizione, talvolta solo dopo dodici, e in caso di esposizione intensa già dopo un’ora. Chi ha guardato ieri sera potrebbe accorgersene stamattina.

  • Scotoma centrale o paracentrale — una macchia grigia, scura o «vuota» al centro del campo visivo, che si sposta insieme allo sguardo
  • Riduzione della visione centrale, come se mancasse la messa a fuoco solo al centro
  • Metamorfopsie — le linee dritte appaiono ondulate o spezzate (stipiti delle porte, piastrelle, righe di testo)
  • Micropsia — gli oggetti sembrano più piccoli con un occhio rispetto all’altro
  • Alterazioni della percezione dei colori, spesso descritte come uno sbiadimento
  • Fotofobia, lacrimazione, post-immagini persistenti
  • Cefalea frontale o temporale

Il quadro è di solito bilaterale ma asimmetrico, tipicamente più marcato nell’occhio dominante. All’esordio l’acuità visiva è di regola compresa tra 8/10 e 2/10 (20/25-20/100), con possibilità di valori peggiori in funzione dell’entità dell’esposizione.

La griglia di Amsler può essere usata a casa come strumento di allerta — un occhio per volta, con la correzione da vicino, fissando il punto centrale. Ma attenzione: un Amsler normale non esclude una retinopatia solare. Le alterazioni della zona ellissoide si documentano solo con l’OCT. L’autotest non deve mai ritardare la visita.

Chi rischia di più

Non tutti gli occhi sono ugualmente esposti.

Più a rischio:

  • Bambini e giovani adulti. Il cristallino trasparente lascia passare molta più luce a corta lunghezza d’onda rispetto a un cristallino invecchiato. Un dodicenne che guarda per dieci secondi assorbe più energia di suo nonno che guarda per trenta. È anche la fascia che meno percepisce il rischio: la supervisione di un adulto non è un dettaglio.
  • Chi assume farmaci fotosensibilizzanti. Le tetracicline (doxiciclina in testa, spesso prescritta d’estate) e gli psoraleni abbassano la soglia del danno.
  • Chi è afachico o pseudofachico con una lente intraoculare priva di filtro per le corte lunghezze d’onda.
  • Chi ha già una sofferenza maculare di altra natura.
  • Chi pratica sun-gazing per motivi rituali, o chi si espone sotto l’effetto di sostanze psicoattive: in questi casi l’esposizione è prolungata e il quadro è più severo.

Relativamente meno esposti — attenuazione statistica, non protezione: chi ha un vizio refrattivo elevato non corretto, chi ha una cataratta in evoluzione (il cristallino opacizzato funziona da filtro involontario) e chi ha un fondo oculare fortemente pigmentato. Nessuna di queste condizioni autorizza a guardare il Sole senza filtro.

Cosa fare adesso

Se avete guardato solo con occhiali certificati ISO 12312-2 o per proiezione indiretta, e non avete sintomi: nulla. Va bene così.

Se avete guardato senza protezione ma non avete sintomi: tenete d’occhio la situazione per 24-48 ore, con il test dell’Amsler descritto sopra. L’assenza di sintomi nelle prime ore non esclude in modo definitivo un danno lieve.

Se avete un qualsiasi sintomo tra quelli elencati: prenotate una visita nei prossimi giorni, con OCT maculare ed esame del fondo. E qui devo essere onesto sul perché, perché il motivo non è quello che vi aspettate.

Si può curare? No. E allora perché venire in visita?

Non esiste, a oggi, alcun trattamento di provata efficacia per la retinopatia solare. I corticosteroidi sono stati impiegati in modo aneddotico, senza evidenze consistenti a supporto e con rischi noti — cataratta, aumento della pressione oculare: non sono raccomandati di routine. Chi promette una terapia risolutiva sta raccontando qualcosa che la letteratura non sostiene.

Le ragioni per farsi vedere sono altre tre, e sono solide.

1. Escludere altro — la ragione più importante

Uno scotoma centrale comparso all’improvviso non è necessariamente retinopatia solare. Può essere una corioretinopatia sierosa centrale, un edema maculare, un foro maculare, una neuroretinopatia maculare acuta, un’occlusione arteriosa o venosa retinica, l’esordio di una maculopatia, una neuropatia ottica. Può anche essere una maculopatia da puntatore laser, che oggi nei giovani è più frequente di quella da eclissi e ha un quadro OCT quasi sovrapponibile. Alcune di queste condizioni si trattano, e il tempo conta. Attribuire tutto all’eclissi e aspettare è l’errore da evitare.

2. Avere un’immagine di partenza

Documentare oggi lo stato della macula — con OCT, retinografia e autofluorescenza — significa avere un riferimento con cui confrontare i controlli successivi. Senza un esame basale, tra sei mesi non si distingue un miglioramento da una stabilità.

3. Quantificare il deficit reale

Un campo visivo computerizzato e l’imaging con laser confocale permettono di misurare l’estensione effettiva dello scotoma, che quasi sempre è diversa da come il paziente la percepisce.

Come andrà a finire

La prognosi, nella maggioranza dei casi, è favorevole.

Lo studio più ampio disponibile (Rai N et al., Doc Ophthalmol 1998;95:99-108) ha raccolto 319 pazienti con retinopatia solare osservati in venti mesi in una clinica oculistica del Nepal: in oltre l’80% dei casi l’acuità visiva finale era di 5/10 (20/40) o superiore, e restava stabile nel tempo. Il recupero più consistente avviene nel primo mese e si esaurisce in genere entro i sei.

La quota che resta è però reale, e va detta: una parte dei pazienti conserva in modo permanente uno scotoma paracentrale o una metamorfopsia residua, anche a fronte di un’acuità visiva formalmente buona. Leggere dieci decimi sull’ottotipo e continuare a vedere una macchia grigia mentre si legge sono due cose che convivono benissimo. All’OCT, a due-tre settimane dall’esposizione, può comparire un foro lamellare o una depressione foveale di 100-200 micron che in alcuni casi non si richiude più.

Nessuna guarigione è garantita. È il motivo per cui, di questa patologia, l’unica medicina che funziona davvero è quella che si fa prima.

La prossima volta — ed è prima di quanto pensiate

Il 2 agosto 2027 la totalità attraverserà il Mediterraneo e il Nord Africa: una fascia stretta dalla Spagna meridionale (da Siviglia a Gibilterra) verso Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto, dove la durata raggiungerà oltre sei minuti — la totalità più lunga osservabile da terraferma per il prossimo secolo.

In Italia si vedrà una parziale profonda: dall’80% al 99% a seconda della latitudine, con il massimo sulle coste della Sicilia sud-orientale, tra Ragusa e Noto. Al largo di Lampedusa la totalità sfiorerà acque italiane.

Con due differenze sostanziali rispetto a ieri. Il massimo sarà intorno alle 11:15 del mattino, con il Sole alto in cielo a inizio agosto: niente attenuazione atmosferica dell’orizzonte, niente foschia del tramonto. E soprattutto: dall’Italia non esisterà alcun momento sicuro a occhio nudo. Il 99% non è la totalità. Quell’1% residuo di fotosfera basta e avanza a danneggiare la macula. Il filtro non va mai rimosso — mai — per tutta la durata del fenomeno.

Cosa si può usare

La raccomandazione primaria è una sola: occhiali o filtri certificati ISO 12312-2, con marcatura leggibile e materiale integro. Tutto il resto viene dopo.

Metodo Sicuro Nota
Occhiali/filtri certificati ISO 12312-2 Lo standard di riferimento. Prova pratica: attraverso un filtro conforme si deve vedere solo il Sole e nient’altro
Proiezione stenopeica (cartoncino + spillo) L’occhio non guarda mai il Sole. Il metodo più sicuro in assoluto
Proiezione con binocolo su cartone bianco Mai avvicinare l’occhio all’oculare
Proiezione con specchietto su parete in ombra Indiretta, sicura
Filtri solari certificati per telescopio o teleobiettivo Montati davanti all’obiettivo. Mai filtri da avvitare all’oculare
Vetro da saldatore fisso shade 12-14 ⚠️ Accettato da NASA e American Astronomical Society, shade 13-14 per la resa migliore. Solo vetri fissi, marcatura autentica, superficie integra e non graffiata. Alternativa subordinata al filtro certificato, non equivalente

Cosa non usare mai

Metodo Perché no
Binocolo, telescopio o teleobiettivo senza filtro anteriore Il più pericoloso di tutti: l’ottica concentra la luce e il danno è istantaneo e irreversibile. Gli occhiali da eclissi non proteggono se usati dietro uno strumento ottico
❌ Occhiali da sole, anche scurissimi o polarizzati Nati per la luce diffusa, non per l’osservazione diretta del disco solare
❌ Pellicola radiografica Non blocca l’infrarosso in modo controllato e non è classificabile in alcuno standard ottico
❌ Pellicola fotografica, negativi, filtri fotografici ND Assorbimento insufficiente e imprevedibile sull’infrarosso
❌ Vetri affumicati Nessun controllo sulla trasmittanza
❌ Filtri polarizzanti sovrapposti Non fermano l’infrarosso
❌ Dischetti floppy, CD, DVD Nessuna densità ottica garantita
❌ Maschere da saldatura auto-oscuranti o regolabili Molte non raggiungono shade 13-14 e il tempo di reazione le rende inaffidabili sul Sole
❌ Vetri da saldatore shade inferiore a 12 Trasmittanza insufficiente
Mylar o poliestere metallizzato non certificato: imballi industriali, coperte termiche, teli da giardinaggio, involucri alimentari Esplicitamente sconsigliati da NASA e AAS. Nessuna garanzia sulla trasmittanza infrarossa, spesso microforati. Solo mylar prodotto specificamente per l’osservazione solare, con marcatura ISO 12312-2

Un’ultima cosa, per i genitori. La proiezione stenopeica non è il ripiego povero: è il metodo più sicuro che esista, perché non c’è modo di sbagliarlo. Un cartoncino, uno spillo, e le ombre tremule che le foglie di un albero proiettano sul terreno durante un’eclissi. È lo spettacolo più antico del mondo, e non ha mai accecato nessuno.


Fonti

  • Wu CY, Jansen ME, Andrade J, Chui TYP, Do AT, Rosen RB, Deobhakta A. Acute Solar Retinopathy Imaged With Adaptive Optics, Optical Coherence Tomography Angiography, and En Face Optical Coherence Tomography. JAMA Ophthalmol. 2018;136(1):82-85. PMID 29222532
  • Rai N, Thuladar L, Brandt F, Arden GB, Berninger TA. Solar retinopathy. A study from Nepal and from Germany. Doc Ophthalmol. 1998;95(2):99-108. PMID 10431794
  • American Academy of Ophthalmology — EyeWiki, Solar Retinopathy
  • Chou BR. Solar Eclipse Eye Safety — American Astronomical Society
  • NASA — Eye Safety During Solar Eclipses
  • INAF, Osservatorio Astrofisico di Torino — Speciale Eclisse 12 agosto 2026

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce la visita oculistica. In caso di sintomi visivi comparsi dopo l’osservazione diretta del Sole, rivolgersi tempestivamente a un medico oculista.

Dott. Alberto Bellone — Medico Oculista, Chirurgo Oculare. Specializzato in chirurgia refrattiva, impianto di lenti fachiche ICL, cheratocono e vitrectomia mini-invasiva 27G.

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