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Le malattie che si possono vedere dagli occhi

Te lo leggo negli occhi. Un problema alle strutture oculari, come bulbo e retina, può essere l’indizio di vari tipi di malattie.

Sono tante le malattie che si vedono dall’occhio. Una visita oculistica periodica è importante non solo per verificare la capacità visiva, ma anche per monitorare la salute generale dell’organismo. Gli occhi sono lo specchio dell’anima e non mentono neppure sulle condizioni del corpo. Infatti possono essere una sorta di sentinella in grado di rivelare precocemente disturbi a carico di altri organi e apparati. Ad esempio possono dirci molto sul sistema nervoso, la tiroide, le articolazioni, la circolazione del sangue.

«Durante la visita oculistica lo specialista può scorgere nelle strutture oculari, come retina, nervo ottico, bulbo, ghiandole lacrimali, segni di possibili malattie. A questo punto può consigliare al paziente gli opportuni esami di approfondimento». Sebastiano Accetta è responsabile dell’Unità Operativa di Oculistica all’Istituto Clinico Sant’Ambrogio di Milano. Ecco allora quali sono le principali patologie che l’occhio clinico dello specialista può contribuire a identificare o a tenere sotto controllo, consentendo di mettere in atto un trattamento tempestivo e appropriato.

Malattie che si vedono dall’occhio: il diabete
Il diabete, sia di tipo 1 che di tipo 2, è una delle principali patologie che possono arrecare dei danni all’apparato visivo. Circa un diabetico su quattro soffre di problemi agli occhi. Dopo 15 anni di malattia non adeguatamente trattata, la frequenza di tali disturbi s’impenna, arrivando a riguardare fino al 75-80% dei pazienti.

«Mantenere livelli eccessivi di zuccheri nel sangue (iperglicemia) per un lungo periodo di tempo può causare la retinopatia diabetica, una condizione che danneggia le pareti dei capillari della retina. Alcuni di questi vasi si dilatano (aneurisma), altri si occludono (con conseguente ischemia) privando la retina del necessario apporto di sangue e di ossigeno. Per sopperire a ciò si formano allora nuovi vasi sanguigni (neovascolarizzazione), che però risultano fragili e si rompono con facilità, provocando la fuoriuscita di essudati, cioè sangue e siero. Se questi ultimi si accumulano nella parte centrale della retina, che si chiama macula, provocano un anomalo rigonfiamento chiamato edema maculare. Questo gonfiore può causare una riduzione, anche consistente, della vista».

Diagnosi
– Per accertare la presenza di tali disturbi è indispensabile eseguire un esame del fondo oculare. Si usa uno strumento detto oftalmoscopio. Consente di osservare le varie strutture che compongono la retina, evidenziando la presenza di eventuali irregolarità.

– Per approfondire il tipo di alterazione può poi essere effettuata una tomografia a coerenza ottica (Otc). «Si tratta di un esame nel quale un fascio di radiazioni laser penetra nell’occhio e viene riflesso dalla retina. Ciò consente di ottenere immagini ad alta risoluzione, in sezione, di tutti gli strati che compongono la retina, determinando con precisione il tipo di lesioni presenti».

– Un altro possibile esame è la fluoroangiografia (Fag), che consente di studiare i vasi sanguigni retinici. Prevede l’iniezione attraverso una vena del braccio di un colorante fluorescente, che, diffondendosi attraverso i vasi, consente di analizzarli con accuratezza.

– Simile a questo esame è l’angiografia con verde indocianina (Icg). Fornisce informazioni relative soprattutto alle alterazioni della coroide, la membrana vascolare sulla quale è adagiata la retina.

Cure
In caso di retinopatia le opzioni terapeutiche sono varie.

– Nelle fasi iniziali della patologia, caratterizzate da ischemia, si può impiegare la terapia fotocoagulante laser, un raggio che distrugge i vasi occlusi, migliorando l’ossigenazione della retina.

– Nella fase di neovascolarizzazione, si possono invece impiegare i farmaci anti-Vegf (Vascular endothelial growth factor, fattori di crescita dell’endotelio vascolare). I più usati sono bevacizumab e ranibizumab, che, iniettati nel vitreo, il liquido gelatinoso trasparente contenuto nella cavità del bulbo oculare, limitano la formazione dei vasi sanguigni anomali.

– Nei casi più gravi, quando le emorragie sono molto estese o la presenza di vasi atipici tende a sollevare la retina, è necessario l’intervento chirurgico di rimozione del vitreo (vitrectomia). In concreto, il chirurgo taglia e aspira il vitreo attraverso il vitrectomo. Si tratta di un apposito strumento introdotto attraverso una piccola incisione nella sclera, la parte bianca dell’occhio. Il vitreo asportato viene sostituito da un liquido che, a fine intervento, potrà essere lasciato in sede oppure sostituito da aria, gas o olio di silicone. Sia l’aria che il gas vengono riassorbiti spontaneamente nel giro di alcuni giorni e sostituiti dall’umor acqueo, un fluido prodotto dall’occhio stesso, mentre l’olio di silicone dovrà essere rimosso con un secondo intervento, una volta che la situazione si sarà stabilizzata.

Malattie reumatiche
Le patologie reumatiche, come artrite reumatoide, spondilite anchilosante, lupus eritematoso sistemico, sclerodermia, sono infiammazioni che colpiscono articolazioni, legamenti, tendini, ossa, muscoli e che possono talvolta coinvolgere anche altri organi, a cominciare dagli occhi.

«Lo stato infiammatorio generato dalla malattia può riguardare varie strutture oculari. Se colpisce la sclera, ovvero il rivestimento esterno bianco dell’occhio, si ha la sclerite. Quando è limitata allo strato più esterno della sclera stessa (episclera), si parla di episclerite. Se invece coinvolge l’uvea, la membrana tra la sclera e la retina, si manifesta l’uveite, che, a seconda della specifica area colpita, può essere anteriore, posteriore oppure può riguardare tutto l’occhio (panuveite)».

Diagnosi
Si fa durante la visita oculistica. L’oculista può utilizzare la lampada a fessura, uno strumento che fa convergere un fascio di luce intensa all’interno dell’occhio, permettendo di esaminarlo con un elevato ingrandimento.

Cure
Questi disturbi sono caratterizzati soprattutto dalla presenza di arrossamento e dolore più o meno intensi e si trattano con farmaci antinfiammatori, di solito somministrati localmente. «In questi casi, la collaborazione tra oculista e reumatologo è fondamentale per garantire una diagnosi celere e per instaurare il prima possibile il trattamento mirato a tenere sotto controllo la patologia di base», sottolinea l’oculista. «Del resto, la sinergia tra i vari specialisti è la modalità migliore per gestire con successo le malattie complesse, che presentano una variabilità di manifestazioni cliniche».

Malattie che si vedono dall’occhio: l’ipertensione
Al pari del diabete, anche l’ipertensione, con valori della pressione sanguigna superiori a 80 millimetri di mercurio per la minima e a 120 per la massima, non fa certo bene alla vista. In particolare, potrebbe provocare la retinopatia ipertensiva, una condizione caratterizzata da emorragie della retina. «Nelle fasi iniziali, le pareti dei vasi sanguigni retinici si contraggono, provocando un restringimento del lume e un aumento della loro tortuosità. In seguito, però, la parete vascolare si sfianca, con stravasi di liquidi e sangue nel tessuto retinico che possono comprometterne la funzionalità».

Diagnosi
L’oculista può identificare questa condizione attraverso l’esame del fondo oculare con l’oftalmoscopio. Può, inoltre, eseguire una retinografia. Si tratta di un esame che consente di ottenere un’immagine a colori del fondo dell’occhio, una sorta di fotografia utile anche per monitorare nel tempo l’evoluzione della patologia.

Cure
La terapia della retinopatia ipertensiva si fonda principalmente sul controllo della pressione sanguigna, che deve essere riportata il prima possibile entro i parametri appropriati.

Ipertiroidismo
Tra le malattie che si vedono dall’occhio ci sono quelle legate alla tiroide, una ghiandola a forma di farfalla situata nella parte anteriore del collo, lavora più del dovuto producendo un eccesso di ormoni tiroidei (ipertiroidismo). Questi ultimi possono provocare un’infiammazione dei muscoli e dei tessuti orbitari (orbitopatia di Graves) che, aumentando di volume, spingono verso l’esterno il bulbo oculare, rendendo gli occhi prominenti (esoftalmo o proptosi) e alterando così l’espressione del volto. In alcuni casi, questi ultimi sono talmente sporgenti che risulta difficile chiudere del tutto le palpebre. Ciò può determinare secchezza oculare, favorendo anche l’insorgenza di infezioni della membrana esterna dell’occhio (cornea). Possono, inoltre, comparire arrossamento, dolore e sensibilità alla luce (fotofobia), difficoltà nei movimenti oculari, visione doppia (diplopia).

Diagnosi
L’oculista può valutare l’esoftalmo attraverso l’esoftalmometro di Hertel. Si tratta di uno strumento costituito da una sorta di righello con due specchi alle estremità che misura la protrusione dei bulbi oculari. In alcuni pazienti, può anche essere utile eseguire un’ecografia orbitaria.

Cure
Nei casi più lievi, il trattamento prevede l’assunzione di farmaci antinfiammatori o cortisonici. In quelli più gravi si rende necessario un intervento chirurgico mirato a diminuire la pressione (decompressione) all’interno dell’orbita. La procedura consiste in un ampliamento dello spazio delle orbite tramite la rimozione delle due pareti orbitarie ossee più sottili, che confinano con il naso. In caso di necessità, è possibile rimuovere contestualmente il grasso in eccesso (lipectomia).

Malattie che si vedono dall’occhio: la sindrome di Sjögren
Descritta per la prima volta nel 1933 dal medico svedese Henrik Sjögren, è una malattia infiammatoria autoimmune che colpisce alcune ghiandole dell’organismo. La patologia, più frequente nelle donne, è probabilmente causata dall’azione di un virus in una persona geneticamente predisposta. Accade che il sistema immunitario riconosca per errore come estranee le ghiandole che secernono liquidi, danneggiandole gradualmente. «Quando vengono colpite, in particolare, le ghiandole lacrimali, la produzione di lacrime, costituite da una miscela di acqua, proteine, grassi, diminuisce. Così il sottile strato acquoso (film lacrimale) che riveste la superficie degli occhi con la funzione di lubrificarli e proteggerli si riduce. La conseguenza è la comparsa di secchezza oculare anche marcata, a cui possono seguire infezioni e, nei casi più gravi, anche lesioni della cornea».

Diagnosi
Per valutare l’entità della secrezione lacrimale l’oculista ha a disposizione vari esami. Tra questi, il test di Schirmer. Questo esame misura la quantità di lacrime prodotte posizionando una striscia di carta assorbente nel fornice inferiore delle palpebre e osservando il grado di impregnazione dopo un tempo prestabilito (5 minuti). Oltre a questo, c’è il test di break-up time (B.U.T. tempo di rottura del film lacrimale). Qui viene posto sulla superficie oculare un liquido colorante, come la fluoresceina. Poi si misura, tramite un apposito apparecchio detto biomicroscopio, il tempo di evaporazione del film lacrimale tramite l’osservazione della sua rottura.

Cure
La secchezza oculare può essere alleviata grazie alla somministrazione di colliri a base di lacrime artificiali, da instillare negli occhi fino a cinque-sei volte al giorno. Nei casi più complessi, può essere necessaria la somministrazione di farmaci antinfiammatori. Con la consulenza dello specialista immunologo si può ricorrere anche agli immunosoppressori.

Sclerosi multipla
Tra le malattie che si vedono dall’occhio ce ne sono anche di molto importanti. Talvolta i problemi alla vista possono essere la spia della sclerosi multipla, una patologia che colpisce il sistema nervoso centrale, distruggendo la guaina protettiva (mielina) che avvolge i nervi. Uno dei più interessati è proprio il nervo ottico, che si infiamma e si danneggia provocando la neurite ottica. Quest’ultima può causare una varietà di sintomi. Tra questi:

– Il calo dell’acuità visiva anche in un solo occhio,
– Visione offuscata,
– Punti ciechi al centro del campo visivo (scotomi),
– Presenza di lampi luminosi in assenza di luce (fosfeni),
– Dolore esacerbato dai movimenti oculari,
– Alterata percezione dei colori (discromatopsia).
– Tipicamente, in caso di neurite, la vista diminuisce con l’esposizione al calore o con il rialzo termico oppure durante l’esercizio fisico (fenomeno di Uhthoff).

Diagnosi
In presenza di uno o più di questi segni, l’oculista provvederà a esaminare il fondo oculare con l’oftalmoscopio e a misurare l’acuità visiva, sia da vicino che da lontano, e la percezione dei colori. Nei casi più gravi il paziente vedrà solo sfumature bianche e nere. Può, inoltre, essere utile esaminare il riflesso pupillare alla luce. In particolare, in presenza di neurite, la pupilla si restringerà poco anche se sottoposta a una fonte luminosa molto intensa.

Cure
«Una volta appurata la presenza della patologia, l’oculista potrà prescrivere dei farmaci antinfiammatori o cortisonici. Poi potrà consigliare al paziente di recarsi dallo specialista neurologo per eseguire ulteriori accertamenti».

Neurite come segno premonitore della sclerosi multipla
Occorre anche tenere presente che la neurite ottica ha la tendenza a recidivare. Secondo l’Optic Neuritis Treatment Trial, uno studio che ha monitorato un gruppo di pazienti dal 1988 al 2008, circa il 28% dei malati va, infatti, incontro a una ricaduta entro cinque anni e il 35% entro dieci anni.

Del resto, questo disturbo della vista, oltre a essere uno dei segnali precoci di sclerosi multipla, potrebbe anche fornire preziose informazioni sull’andamento della patologia stessa, una volta diagnosticata. Ad affermarlo sono due studi pubblicati nel 2012 su The Lancet Neurology e su Archives of Neurology.

Malattie che si vedono dall’occhio: i tumori
Alcuni problemi alla vista potrebbero anche essere il primo campanello d’allarme di un tumore che comprime le vie ottiche, ovvero i nervi che collegano il bulbo oculare al cervello. Tra questi si annoverano soprattutto le varie neoplasie cerebrali e l’adenoma dell’ipofisi. Quest’ultimo quando è di grandi dimensioni, tende a svilupparsi verso l’alto. Può perciò comprimere il chiasma ottico, cioè la zona in cui si intersecano i due nervi ottici. In tutti questi casi, si può verificare una perdita di metà campo visivo (emianopsia), che può riguardare la parte destra o sinistra, superiore o inferiore. Alcuni tumori intracranici espansivi possono determinare un aumento della pressione endocranica con un’alterazione caratteristica della testa del nervo ottico (edema di papilla) che l’oculista può ben vedere con l’esame del fondo oculare.

Diagnosi
Per studiare le alterazioni del campo visivo l’oculista utilizza appositi perimetri manuali (perimetria di Goldmann) o computerizzati, che delineano la visione sia centrale che periferica. «Nella perimetria con il computer, il paziente deve guardare, senza muovere gli occhi, in direzione di una piccola luce al centro dello schermo. Mentre lo sguardo viene mantenuto fisso su questa fonte luminosa, altre luci lampeggiano intorno, accendendosi una alla volta. Ogni volta che il paziente vedrà una luce lampeggiante, dovrà premere un bottone. Poi il sistema analizzerà le risposte, costruendo così una mappatura completa». Oltre alla diminuzione del campo visivo, un altro sintomo da non sottovalutare è la visione doppia (diplopia). «Gli occhi percepiscono le immagini in modo leggermente diverso l’uno dall’altro», chiarisce lo specialista.

Cure
Nel caso venisse confermata la presenza di una massa tumorale si provvederà, ove possibile, ad asportarla con un intervento chirurgico o al trattamento con radioterapia. Infine, negli occhi possono nascondersi perfino i segnali di un particolare tipo di cancro polmonare. Si tratta del tumore di Pancoast, che si sviluppa all’estremità superiore (apice) del polmone destro o sinistro. In questo caso, l’espansione della massa tumorale comprime i nervi simpatici provocando la sindrome di Horner. Questa sindrome è caratterizzata da:

– Restringimento delle pupille (miosi),
– Abbassamento della palpebra (ptosi),
– Bulbo oculare incavato (enoftalmo).

Sono tutti segni che l’oculista, con la propria competenza ed esperienza, può contribuire a evidenziare.

Xantelasmi

xantelasmi

Alcune condizioni patologiche lasciano le tracce della propria presenza non all’interno dell’occhio, ma sulla cute circostante. È il caso del colesterolo elevato (ipercolesterolemia) che può dare origine a xantelasmi. Si tratta di piccole placche di colore giallo-biancastro, piane o in rilievo. Sono formate da depositi di lipidi e localizzate soprattutto nell’angolo interno delle palpebre, nell’area vicina al naso. Di solito compaiono più di frequente nelle persone anziane. Possono però fare capolino anche nei giovani e in tal caso sono spesso la spia di una ipercolesterolemia familiare. Gli xantelasmi si possono facilmente rimuovere, senza lasciare cicatrici, attraverso piccole incisioni con il bisturi, ma anche con il laser ad anidride carbonica, la radiofrequenza. In caso di recidiva, questi trattamenti possono essere ripetuti. Resta ovviamente inteso che l’eventuale patologia di base va indagata e trattata.

Congiuntivite da Covid
In tempi di pandemia, gli occhi potrebbero essere il primo bersaglio del Covid-19. Se ne accorse già il giovane oculista Li Wenliang, di Wuhan, che per primo lo scorso gennaio diede l’allarme del contagio. In particolare, il virus può colpire la congiuntiva, la sottile membrana mucosa che riveste il bulbo oculare e la parte interna delle palpebre, generando un’infiammazione nota come congiuntivite. Non quella classica, di origine batterica, ma quella di tipo virale.

– La prima, provocata più frequentemente dai batteri Stafilococchi, Gonococchi o Streptococchi, causa un rilevante arrossamento oculare, associato alla produzione di secrezioni giallastre, dense e purulente, che rendono difficile aprire gli occhi al risveglio.

– La seconda è, invece, caratterizzata da irritazione oculare, prurito, modesto arrossamento e scarsa secrezione, perlopiù fluida e acquosa».

In presenza di questi disturbi è, dunque, opportuna l’applicazione di colliri antinfiammatori o di colliri a base di iodopovidone o ozono, che svolgono un’azione antisettica e antivirale. Nei casi più gravi, può essere utile somministrare colliri antibiotici, per ridurre il rischio di sviluppare una concomitante infezione batterica.

Fonte: ok-salute.it

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