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Arte e Occhi. 4 chiacchiere in libertà con il Maestro Ugo Nespolo – parte 1

«Alberto, intanto ho piacere che tu sia qui nel mio studio. Quello che a noi interessava e di cui abbiamo già parlato recentemente è che tu, oltre ad essere un medico, sei anche uno studioso dei problemi degli occhi; quindi non sei solo un medico ma anche un tecnico, dunque esegui con le mani, hai una capacità esecutiva. Io invece faccio l’artista e anche io devo avere una capacità esecutiva per fare i quadri: è una cosa che ci accomuna. Anche se ci hanno raccontato che in epoca postmoderna le teorie non servivano più, nella scienza, invece, serve la pratica. Mi chiedo quali sono i rapporti tra la scienza e l’arte, perché tutti ci hanno sempre raccontato che l’arte sembra una cosa di sfaticati, di gente che la fa per hobby, che si mette davanti a una tela e invece la medicina ha delle regole molto precise da seguire, dato non è che puoi fare la cataratta con lo scalpello. Io lo trovo un argomento molto interessante. Siccome sono convinto che i rapporti fra l’arte e la scienza siano strettissimi, sono curioso di sapere cosa ne pensi tu di questo tema.»

«Io penso che sicuramente i rapporti sono molto stretti; nel senso che io sono un tecnico meccanico, aggiusto gli occhi, faccio una diagnosi e cerco di sistemare una telecamera, che è l’occhio, che a sua volta è collegato al cervello e il cervello, poi, dà un’elaborazione, elabora quelli che sono i segnali che arrivano da questa telecamera e crea un’idea, che è quella della visione. È chiaro che ogni soggetto vede il mondo in maniera diversa, quindi io lo vedo di un colore, tu lo vedi di un altro colore. Quello che i comuni mortali, me compreso, non siamo capaci di fare è di riprodurre l’immagine di come noi vediamo il mondo, mentre voi artisti avete la capacità di poter trasmettere quella che è la vostra visione del mondo, secondo me.»

«È vero. Il punto secondo me è interessante ed è un punto da ribadire, perché in questa epoca di tarda postmodernità sembra che niente valga, che tutto sia simile ma non è vero. Se noi pensiamo ai rapporti tra l’arte e la scienza, dal rinascimento in avanti il rapporto tra l’arte e la scienza… Tutti sanno che Luca Paciolli insegnava la matematica a Leonardo, la sezione aurea è stata inventata in quegli anni, Galileo sarebbe arrivato di lì a poco e la scienza medica è andata molto avanti in quegli anni, compresa l’oculistica, presumo.»

«La nostra è una scienza assolutamente di altissimo livello tecnologico, ma anche l’arte è una scienza che non si può improvvisare; tutto quello che l’artista fa è frutto di uno studio, è frutto di una tecnica.»

«Tutto secondo me ha origine lì, se pensiamo che il grande rivolgimento che c’è stato in campo artistico è stata un’invenzione geometrica e matematica, cioè la prospettiva. Fino a Giotto tu ti ricordi che l’arte lavorava su fondi piatti e anche la visione della pittura trecentesca era bidimensionale, perché veniva soprattutto dai mosaici, dall’arte bizantina, che era totalmente bidimensionale e l’occhio si accontentava del bidimensionale. Con l’invenzione della prospettiva, nata nella Firenze di quegli anni e che è proprio una cosa di tipo ottico, nasce la modernità, e credo che questo abbia un’influenza notevolissima rispetto alla scienza medica.»

«Assolutamente sì, anche perché noi studiamo quelli che sono i rapporti tra l’occhio (che è, appunto, quello strumento in grado di catturare l’immagine) e il cervello (che è quello che riesce a elaborarla), quindi la tridimensionalità è proprio tipica del cervello, è un’astrazione mentale celebrale; invece l’occhio, come singolo, vede semper in maniera bidimensionale e se il sistema visivo si è sviluppato in maniera corretta i due occhi vedono in maniera tridimensionale: la cosiddetta stereopsi, che è quella che dà la profondità, è quella che permette di capire che un oggetto è più vicino o più lontano non solo in dipendenza dal fatto che sia più grande o più piccolo, e da questo vengono fuori le illusioni ottiche, le quali, come tu mi puoi sicuramente ben spiegare, sono…»

«Sono dei giochi visivi, insomma. A parte le illusioni ottiche, che sono fondamentali e divertenti, esiste proprio tutto un filone d’arte degli anni ’50/’60 in Europea, in particolare, e poi anche in parte negli Stati Uniti, che è un’arte ottica, una corrente che si chiama Op Art (Optical Art); c’è in Inghilterra un’artista donna che si chiama Bridget Riley molto brava, ma poi in Italia e nel mondo c’è una lunghissima tradizione di pittura ottica che ha attraversato l’epoca della concettualità, cioè quando l’arte ha iniziato a divertirsi più sulle teorie che sulla pratica. È un’arte essenziale e secca. Io che, facendo il pittore e avendo gli occhi fatti un po’ a modo mio, ho sempre avuto bisogno di capire cosa stavo vedendo e facendo; ho sempre sentito dire che la vita dell’uomo in realtà si svolge da qua a un metro, però poi nei quadri non è proprio cosi. Io lavoro, come tu vedi e tu sai, quasi sempre con immagini bidimensionali, non mi occupo tanto della tridimensionalità.»

«E io forse so anche il perché ma non lo dico, non lo voglio divulgare.»

«Riguardo al discorso delle arti figurative legate alla possibilità di visione, si dice che nella storia un grande oculista, a fine 800, che guardava le opere di Joseph Mallord William Turner, inglese, pittore e acquerellista straordinario, le vedeva sempre velate di giallo, per cui si era dedotto che forse lui avesse una cataratta.»

«Sì perché la cataratta nella sua forma più classica, quella nucleare, crea una visione gialla perché il cristallino tende a virare verso una visione gialla, prima, e marrone dopo e quindi si spiegano certe forme dell’artista.»

«A me è capitato: ho fatto l’operazione al cristallino ed ero in montagna, ero in questa baita bellissima, nella neve; mi alzo presto al mattino, guardo fuori dalla finestra e vedo tutto bianco. Allora dico a mia moglie: “Giusy, qui c’è un problema: non vedo giallo.” Hai capito? Ero convinto che si dovesse vedere giallo, e mio figlio rideva. Come Picasso nel periodo rosa, io ho avuto il periodo giallo. E poi, per esempio, ho trovato che molti impressionisti avessero problemi di visione, di miopia.»

«Sì, perché il loro tipo di arte era caratteristico di chi aveva una scarsa visione da lontano.»

«Per esempio il famoso El Greco, pittore spagnolo, faceva delle figure deformate tutte allungate, e si era avanzata una teoria abbastanza credibile che diceva che questo atteggiamento venisse da una deformazione ottica.»

«Probabilmente aveva una malattia della retina che deformava l’immagine e lui vedeva l’immagine deformata.»

«Non voglio fare troppo il meccanicista pensando che la variazione cromatica venga fatta a causa di un problema all’occhio.»

«Probabilmente l’artista percepisce il mondo in un determinato modo, cerca di riprodurlo e riproduce quello che lui vede cercando di trasmettere la sensazione che prova. Io credo che sia questo. Cosa impossibile per esempio per me: io non riuscirei mai ad esprimerlo.»

«Ti voglio rivalutare. C’è qualcuno che diceva, anche con buona ragione, che eseguire bene con le mani, la manualità, il mestiere che viene tramandato da una tradizione, da una serie di studi che si evolvono, come facevano i quadri nelle botteghe rinascimentali o anche dopo, fino al 900 (perché fino all’800 gli artisti andavano ancora a bottega; lo stesso Picasso andava da Puvis de Chavannes a imparare il mestiere)… Insomma a prescindere da questo si diceva che la qualità dell’opera risiedeva essenzialmente nelle sue qualità esecutive. Poi sai cos’è successo? Per una ragione di taglio filosofico, a un certo punto, quando si era detto che la modernità non c’era più, che la razionalità era finita, e questo a seguito di tutte le guerre, il mondo era ormai tutto saltato per aria, non c’erano più le credenze, non c’era più storia… Al fondo di questo binario morto, che era la storia, era nata l’epoca postomdernista, c’era un periodo postistorico per cui il mestiere non serviva più. Io credo il contrario. È come quando si dice (e tu lo sentirai dire molto spesso): “quel cuoco è un artista”, “il mio parrucchiere è un’artista”, “il mio calzolaio è un’artista”; si pensa che sia esagerato, ma qui dovremmo andare dentro a dei discorsi molto più ampi e dire che la bella esecuzione, la capacità manuale, è una forma d’arte.»

«Grazie.»

«Adesso si è montato la testa!»

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