Le calcificazioni sclerocoroideali (SCC) rappresentano un’entità clinica di notevole interesse per l’oftalmologo moderno, configurandosi come una patologia rara, benigna ma frequentemente soggetta a misdiagnosi a causa della sua somiglianza con lesioni neoplastiche intraoculari.1 Caratterizzate dalla deposizione di sali di calcio, principalmente sotto forma di cristalli di pirofosfato di calcio, queste lesioni originano primariamente a livello della sclera con un coinvolgimento secondario e compressivo della coroide.2 Storicamente relegate a curiosità cliniche o confuse con l’osteoma coroideale, le SCC sono oggi riconosciute come un importante segnale di possibili alterazioni sistemiche del metabolismo minerale o di sindromi renali complesse.6
Evoluzione Storica e Inquadramento Nosologico
La comprensione medica delle calcificazioni sclerocoroideali ha subito una trasformazione radicale negli ultimi quarantacinque anni.1 Prima degli anni ’80, la letteratura scientifica non riconosceva le SCC come una categoria distinta, spesso classificando erroneamente tali lesioni come varianti senili di osteomi o come processi infiammatori cronici.10
La prima descrizione formale risale al 1979, quando Wong e i suoi collaboratori documentarono un caso di calcificazione della sclera e della coroide in un paziente affetto da pseudoiperparatiroidismo.1 Questo caso pionieristico fu supportato da esami istopatologici che confermarono la natura minerale dei depositi, associati a cheratopatia e cataratta.2 Successivamente, nel 1982, Goldstein fornì la prima descrizione dettagliata delle caratteristiche fluorangiografiche ed ecografiche, consolidando l’identità clinica della patologia.2
Un momento di svolta terminologica avvenne nel 1989, quando Lim e Goldberg introdussero il concetto di “calcificazione sclerocoroideale idiopatica” per descrivere quei pazienti che presentavano focolai multipli bilaterali in assenza di ipercalcemia o altre malattie oculari manifeste.1 Nel 1991, Sivalingam e il gruppo del Wills Eye Hospital pubblicarono la prima serie clinica di sette pazienti, evidenziando come queste lesioni fossero sistematicamente confuse con altre patologie.1
Negli anni 2000, l’avvento dell’ecografia ad alta risoluzione e successivamente della tomografia a coerenza ottica (OCT) con tecnologia Enhanced Depth Imaging (EDI) ha permesso di chiarire che la sede primaria della patologia è la sclera, spostando il focus diagnostico dalla coroide alla parete esterna del bulbo.4 Le revisioni sistematiche più recenti, culminate nei lavori di Shields (2015) e Gündüz (2023), hanno permesso di aggregare i dati di circa 300 pazienti documentati a livello mondiale, definendo un profilo epidemiologico e clinico solido.1
Analisi Epidemiologica Aggregata (1979-2025)
L’epidemiologia delle calcificazioni sclerocoroideali è caratterizzata da una rarità intrinseca che maschera una prevalenza verosimilmente superiore a quella riportata nei database scientifici.1 Essendo una condizione prevalentemente asintomatica, la sua individuazione è legata alla frequenza dei controlli oculistici nella popolazione anziana e all’accuratezza dell’esame del fondo oculare in midriasi.1
Incidenza e Prevalenza Reale
Sebbene il numero totale di casi descritti in letteratura tra il 1979 e il 2025 ammonti a circa 300 pazienti, la patologia è definita “poorly defined” in termini di incidenza annuale.1 Molti fattori contribuiscono a questa incertezza statistica:
- Asintomaticità: La maggior parte dei pazienti non riferisce disturbi visivi, portando a una mancata diagnosi se non viene eseguito un esame del fondo oculare periferico.1
- Sottodiagnosi: Le lesioni di piccole dimensioni o unilaterali vengono spesso ignorate o classificate come cambiamenti senili aspecifici.1
- Misdiagnosi: Una percentuale significativa di casi viene inizialmente riferita a centri oncologici con diagnosi di metastasi o melanoma, finendo in database specialistici che potrebbero non riflettere la prevalenza nella popolazione generale.1
Profilo Demografico del Paziente Tipico
L’analisi dei dati aggregati dalle principali serie cliniche mondiali permette di delineare con precisione il fenotipo del paziente affetto da SCC.1
| Parametro Demografico | Valore Epidemiologico (Dati Aggregati) |
| Età media alla diagnosi | 69 anni (range 26-88 anni) 1 |
| Picco di incidenza | 7ª e 8ª decade di vita 1 |
| Distribuzione per Sesso | 60% Femmine / 40% Maschi 1 |
| Etnia | 98% Caucasica 1 |
| Etnia Ispanica | 2% 1 |
| Etnie Asiatiche/Afroamericane | Estremamente rare 1 |
Il coinvolgimento predominante della popolazione caucasica anziana suggerisce una correlazione con i processi di invecchiamento della matrice del collagene sclerale, possibilmente modulati da fattori genetici o abitudini alimentari che influenzano il turn-over del calcio.1
Pattern di Coinvolgimento e Lateralità
Le SCC presentano caratteristiche di distribuzione spaziale che le distinguono nettamente dalle neoplasie coroideali.1
- Bilateralità: Riscontrata nel 52-84% dei casi, la bilateralità è un elemento chiave che suggerisce una predisposizione sistemica o meccanica comune a entrambi gli occhi.1
- Multifocalità: Presente in circa il 50% degli occhi affetti, con una media di 1,6 lesioni per occhio (range 1-7).1
- Unilateralità: Presente nel 16-48% dei casi, spesso rappresenta lo stadio iniziale di una condizione destinata a diventare bilaterale nel tempo.1
La distribuzione topografica delle lesioni segue pattern anatomici specifici. Circa il 56-85% delle SCC si localizza nel quadrante supero-temporale, frequentemente lungo le arcate vascolari temporali (58% dei casi) e in sede post-equatoriale.1 Questa specifica localizzazione è alla base della “teoria trazionale”, che correla la patogenesi alle forze meccaniche esercitate dai muscoli extraoculari.1
Patogenesi e Meccanismi di Calcificazione
La deposizione di calcio nelle strutture oculari può avvenire attraverso due meccanismi distinti: la calcificazione distrofica e quella metastatica.2 La comprensione di questi processi è fondamentale per determinare se la patologia sia un fenomeno locale isolato o la manifestazione di un disordine sistemico.3
Calcificazione Distrofica
Nelle forme idiopatiche di SCC, che rappresentano circa il 79% dei casi, il meccanismo predominante è quello distrofico.1 Questo processo avviene in tessuti che hanno subito danni cronici, degenerazione o necrosi, nonostante i livelli sierici di calcio e fosforo siano normali.2 A livello oculare, la sclera subisce cambiamenti senili che includono la perdita di idratazione e la riorganizzazione delle fibre di collagene.13 Le micro-trazioni persistenti esercitate dai muscoli obliqui (superiore e inferiore) sulle loro inserzioni sclerale possono indurre un’infiammazione subclinica e una successiva deposizione di cristalli di pirofosfato di calcio.8 Tale fenomeno è analogo alla formazione delle placche sclerali senili di Cogan, che si osservano tipicamente anteriormente alle inserzioni dei muscoli retti orizzontali.11
Calcificazione Metastatica
Circa il 21% delle SCC è di natura metastatica, derivante da un’alterazione sistemica del metabolismo minerale.1 In questi pazienti, elevati livelli di calcio o fosforo nel sangue portano alla precipitazione di sali minerali in tessuti sani.2 Le condizioni sistemiche più frequentemente associate includono:
- Iperparatiroidismo primario: Spesso causato da un adenoma paratiroideo, porta a un aumento del PTH e conseguente ipercalcemia.1
- Insufficienza renale cronica: Determina iperparatiroidismo secondario e alterazioni del rapporto calcio-fosforo.1
- Ipervitaminosi D: L’eccesso di vitamina D potenzia l’assorbimento intestinale di calcio, favorendo la calcificazione dei tessuti molli.1
Un ruolo critico è svolto dal magnesio. L’ipomagnesiemia, tipica della sindrome di Gitelman, riduce la solubilità dei cristalli di pirofosfato di calcio e ne inibisce l’idrolisi, facilitandone la deposizione ectopica sia nelle articolazioni (condrocalcinosi) che nella sclera.8
Caso Clinico e Percorso Diagnostico Multimodale
L’integrazione delle diverse metodiche di imaging è il gold standard per confermare la diagnosi di SCC e differenziarla dalle masse neoplastiche che richiederebbero trattamenti invasivi.17 Il caso qui descritto è emblematico della presentazione clinica asintomatica.1
Presentazione e Anamnesi
Il paziente, un uomo di 60 anni di etnia caucasica, è stato riferito per un approfondimento diagnostico dopo il riscontro casuale di lesioni coroideali bilaterali durante uno screening per il controllo della pressione intraoculare.1 Il soggetto non riferiva calo della vista, metamorfopsie o altri sintomi neurosensoriali.1 La visione era di 10/10 in entrambi gli occhi con correzione minima.1
All’esame del fondo oculare, sono state identificate placche multiple di colore giallo-biancastro, leggermente elevate, localizzate prevalentemente lungo le arcate vascolari temporali, con integrità del polo posteriore e della regione foveale.1 La distribuzione bilaterale e multifocale ha immediatamente orientato il sospetto clinico verso le SCC, escludendo lesioni tipicamente solitarie come il melanoma.16
Imaging Ecografico (B-Scan)
L’ecografia rimane uno strumento fondamentale per la caratterizzazione biofisica della lesione.3 Nel caso in esame, l’esame B-scan ha mostrato:
- Elevata reflettività interna: Coerente con la densità dei depositi di calcio.13
- Ombreggiamento acustico posteriore (Shadowing): Un segno patognomonico in cui la placca calcifica assorbe e riflette l’energia ultrasonica, impedendo la visualizzazione dei tessuti retrobulbari.13
Le misurazioni hanno indicato lesioni con un diametro basale variabile tra i 3 e i 10 mm e uno spessore modesto, raramente superiore ai 2 mm, a differenza delle masse tumorali che presentano spesso spessori maggiori e una reflettività interna medio-bassa.4
Tomografia a Coerenza Ottica (EDI-OCT)
L’utilizzo della tecnologia EDI-OCT ha permesso di visualizzare la morfologia dettagliata del complesso sclero-coroideale.4 Le scansioni hanno rivelato:
- Morfologia “Rolling”: Caratterizzata da un’elevazione dolce e ondulata della coroide, indotta dalla massa sclerale sottostante.4
- Compressione Coroideale: La coroide sovrastante la calcificazione appariva significativamente assottigliata, con una riduzione dello spazio occupato dai grossi vasi della zona di Haller.4
- Integrità Retinica: La retina neurosensoriale, l’epitelio pigmentato retinico (EPR) e la zona ellissoide sono risultati intatti sopra le lesioni, spiegando il visus conservato del paziente.4
Angiografia e Autofluorescenza
La fluorangiografia (FAG) ha mostrato un pattern di iperfluorescenza precoce che persiste nelle fasi tardive sotto forma di “staining” della placca calcifica, senza segni di leakage (stravaso), escludendo così la presenza di una neovascolarizzazione coroideale (CNV) attiva.16 L’autofluorescenza (FAF) ha documentato una sostanziale normalità dell’EPR, con solo lievi aree di ipo-autofluorescenza in corrispondenza delle zone di massima compressione, dove l’atrofia coroideale era più marcata.16
Classificazione Morfologica di Hasanreisoglu (2015)
Grazie alla precisione dell’EDI-OCT, è stato possibile classificare le SCC in quattro tipi morfologici basati sull’aspetto della superficie interna della lesione.4 Questa classificazione aiuta a prevedere l’impatto della lesione sui tessuti retinici sovrastanti.4
| Tipo di SCC | Nome Morfologico | Caratteristiche OCT | Impatto Clinico |
| Tipo 1 | Flat (Piatto) | Lesione sottile (1,2 mm), superficie piana | Nessun disturbo retinico 4 |
| Tipo 2 | Rolling (Ondulato) | Elevazione a cupola liscia (1,4 mm) | Integrità della retina esterna 4 |
| Tipo 3 | Rocky-Rolling (Roccioso) | Superficie irregolare, “montagnosa” | Frequente atrofia di EPR e ellissoide 4 |
| Tipo 4 | Table Mountain (A Tavola) | Ampia base, sommità piatta | Impatto variabile, spesso stabile 4 |
Le lesioni di Tipo 3 sono considerate le più avanzate e sono associate a un rischio maggiore di alterazioni della retina esterna, sebbene la perdita della vista rimanga un evento raro.4
INFRAROSSO OD

INFRAROSSO OS

Imaging Multimodale
La diagnosi di SCC richiede una correlazione precisa tra diverse metodiche di imaging per escludere patologie neoplastiche.
Retinografie a colori

Ecografia B-Scan
L’esame ha mostrato ispessimenti a placca della coroide caratterizzati da:
- Reflettività interna molto elevata.
- Netto ombreggiamento acustico posteriore (shadowing), segno tipico della presenza di calcio.
OCT

OCT Maculare (Optical Coherence Tomography)
L’OCT è fondamentale per visualizzare la morfologia della lesione. Nel caso specifico, si osserva:
- Morfologia a cupola (“rolling type“) del profilo coroideale.
- Shadowing posteriore alla base delle elevazioni.
- Integrità della retina neurosensoriale e della zona ellissoide, spiegando l’assenza di sintomi visivi.
FAG OD

FAG OS

Fluorangiografia (FAG) e Autofluorescenza (FAF)
- FAG: Le lesioni mostrano un pattern di iperfluorescenza precoce stabile (staining) senza leakage nelle fasi tardive, escludendo la presenza di neovascolarizzazione coroideale (CNV) attiva.
- FAF: Risulta negativa o non significativa, indicando che l’epitelio pigmentato retinico (EPR) è integro e le lesioni sono prevalentemente intrasclerali.
Diagnosi Differenziale Epidemiologica e Clinica
Il principale problema clinico delle SCC è l’alto tasso di misdiagnosi iniziale, superiore al 60% dei casi.1 La somiglianza con i tumori amelanotici può indurre ansia ingiustificata nel paziente e portare a procedure invasive non necessarie.1
Analisi Comparativa delle Diagnosi Errate
Secondo lo studio di Honavar (2001), le diagnosi errate più frequenti al momento del primo invio includono:
- Metastasi Coroideali (26%): Spesso bilaterali e giallastre, ma associate a fluido sottoretinico, crescita rapida e anamnesi di neoplasia sistemica.1
- Melanoma Coroideale (21%): Tipicamente unilaterale, pigmentato o amelanotico, con forma a cupola o a fungo, bassa reflettività interna all’ecografia e assenza di calcificazione nelle fasi iniziali.1
- Nevo Coroideale (11%): Lesione piatta, stazionaria, ma priva dello shadowing acustico tipico del calcio.1
- Osteoma Coroideale: Colpisce pazienti giovani (20-30 anni), prevalentemente donne, è unifocale, localizzato in regione peripapillare e presenta una calcificazione densa che può ossificarsi.1
Parametri Differenziali Chiave
| Criterio | SCC | Osteoma | Metastasi | Melanoma |
| Età tipica | >60 anni 1 | 20-30 anni 6 | Variabile | >50 anni 18 |
| Bilateralità | Comune (>50%) 1 | Rara (<25%) 6 | Possibile (20%) 1 | Estremamente rara 1 |
| Localizzazione | Supero-temporale 6 | Peripapillare 10 | Polo posteriore 1 | Variabile |
| Calcificazione | Placcale/Sclerale 4 | Nodulare/Coroideale | Assente | Rara/Tardiva |
| Stabilità | Molto stabile 6 | Lenta evoluzione | Crescita rapida | Crescita documentata |
Associazioni Sistemiche e Work-up Metabolico
L’identificazione di una calcificazione sclerocoroideale non deve limitarsi all’occhio, ma deve fungere da indicatore per un approfondimento della salute generale del paziente, poiché le forme secondarie rappresentano il 21% dei casi.1
Iperparatiroidismo e Adenoma Paratiroideo
L’associazione più forte è con l’iperparatiroidismo primario.1 In una serie di 179 occhi, Shields et al. hanno trovato che il 27% dei pazienti con SCC presentava iperparatiroidismo, con il 15% dei casi dovuto a un adenoma paratiroideo precedentemente non rilevato.6 Il paratormone elevato stimola il riassorbimento osseo e l’assorbimento renale di calcio, portando a una saturazione ematica che facilita la deposizione minerale nella sclera.6
Sindromi Tubulari Renali
Le SCC sono un reperto caratteristico in alcune malattie renali rare che alterano l’equilibrio elettrolitico.1
- Sindrome di Gitelman: Malattia autosomica recessiva causata da mutazioni nel gene SLC12A3 (cotrasportatore sodio-cloro).23 Si manifesta con ipocaliemia, alcalosi metabolica, ipomagnesiemia e ipocalciuria.23 L’ipomagnesiemia è il fattore chiave che promuove la calcificazione sclerale.8
- Sindrome di Bartter: Simile alla Gitelman ma con esordio più precoce e livelli di calcio urinario normali o elevati.8 Le SCC sono descritte ma meno frequenti rispetto alla Gitelman.8
Piano di Gestione Clinica (Work-up)
Per ogni paziente con diagnosi di SCC, si raccomanda il seguente pannello di screening biochimico per escludere forme secondarie trattabili:
- Esami ematici: Calcio totale e ionizzato, fosforo, potassio, magnesio, PTH (paratormone), calcitonina, fosfatasi alcalina e funzionalità renale (creatinina, eGFR).16
- Esami urinari: Calcio e magnesio nelle 24 ore per valutare l’escrezione frazionata e distinguere tra sindromi tubulari e ipercalcemia metabolica.16
Storia Naturale e Prognosi a Lungo Termine
La prognosi visiva delle SCC è eccellente, con la stragrande maggioranza dei pazienti che mantiene un visus stabile per decenni.1
Stabilità Lesionale
I dati di follow-up a lungo termine (media 4-10 anni) confermano che le lesioni rimangono stabili nel 93,1% dei casi.1 La crescita o l’allargamento delle placche calcifiche è un evento eccezionale, documentato in meno del 2% dei pazienti.1 Tuttavia, sono stati riportati rari casi di progressione lenta in un arco di 10-24 anni, suggerendo che un monitoraggio periodico sia comunque prudente.24
Complicanze e Rischi Visivi
Sebbene rare, le complicanze possono insorgere e richiedono una gestione tempestiva:
- Neovascolarizzazione Coroideale (CNV): Colpisce il 6-9% degli occhi affetti.1 Si ritiene che la placca calcifica agisca come un corpo rigido che danneggia meccanicamente la membrana di Bruch sovrastante, favorendo la crescita di vasi anomali.8 Se la CNV è extrafoveale, può rimanere asintomatica; se interessa la macula, richiede terapia con iniezioni intravitreali di anti-VEGF, con buoni risultati prognostici.1
- Atrofia Retinica Progressiva: La compressione cronica della coroide e dell’EPR può portare a scotomi localizzati o a un calo graduale della nitidezza visiva se la lesione si estende verso il polo posteriore.4
Raccomandazioni per il Follow-up
Il protocollo suggerito per la gestione dei pazienti con SCC prevede:
- Valutazione basale: Imaging multimodale completo (Ecografia, OCT, FAG/FAF) e work-up metabolico.1
- Monitoraggio periodico: Controllo clinico con OCT ed ecografia ogni 6-12 mesi per documentare la stabilità e rilevare precocemente l’insorgenza di fluido sottoretinico o CNV.3
- Auto-monitoraggio: Utilizzo della griglia di Amsler per rilevare metamorfopsie, specialmente se le lesioni sono vicine al polo posteriore.18
Implicazioni Cliniche e Conclusioni
Le calcificazioni sclerocoroideali rappresentano una sfida diagnostica che richiede una profonda conoscenza dell’epidemiologia e delle caratteristiche cliniche distintive.1 La prevalenza femminile, l’età avanzata, la bilateralità e la localizzazione supero-temporale sono i pilastri su cui poggia il sospetto diagnostico.1
L’alto tasso di misdiagnosi sottolinea la necessità di una maggiore consapevolezza tra gli oftalmologi generalisti per evitare allarmismi oncologici ingiustificati.1 L’imaging multimodale, in particolare l’ecografia e l’EDI-OCT, ha chiarito che si tratta di una patologia basata sulla sclera, con un decorso generalmente benigno.4
In conclusione, la gestione del paziente con SCC non termina con la diagnosi oculare, ma richiede una visione olistica che includa la valutazione dei sistemi endocrino e renale.7 La stabilità documentata nel tempo rimane l’elemento chiave per la rassicurazione del paziente, garantendo una qualità di vita eccellente nella stragrande maggioranza dei casi.1
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